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La forza inerziale delle mascherine e dei colori…

Si dia un’occhiata alla  home page dei grandi siti di notizie. I dati sull’epidemia, pardon pandemia, sono passati in secondo piano. Ora, si parla solo di colori tra le regioni eccetera, Si chiama routine: ciò che si acquisisce per abitudine attraverso la reiterazione e l’imitazione.

I fenomeni  sociali  hanno due  fasi: istituzionalizzazione e  normalizzazione ( o routinizzazione).  

Si pensi all’uso della mascherina:  ormai norma tacita. All’inizio (la fase dell’istituzionalizzazione), si è vissuto il suo uso come qualcosa a cui mai ci si sarebbe abituati.  Ora invece (la fase della normalizzazione),  la si usa  di abitudine: si esce di casa con la mascherina. Nessuno si interroga più sul suo senso:  la si indossa e basta. Ovviamente, ci sono delle eccezioni, non tutti la indossano (oppure la calano  metà sul viso),  però ormai la mascherina fa parte del nostro universo di oggetti routinizzati: come si può uscire di casa seminudi?

Stesso discorsi per i colori. Si dà per scontato che servano realmente a indicare i vari gradi di pericolo dello stato di emergenza. E che di conseguenza, come un ombrello,   siano parte della nostra quotidianità:  si ritiene  naturale  vivere  passando da un colore all’altro. Il colore  è un altro oggetto routinizzato.  

Ci si può opporre al fenomeno della normalizzazione?  No. O comunque è cosa di  minoranze creative, formate da individui, a ogni livello sociale e professionale, di solito pochi, abituati a interrogarsi su tutto e tutti:  dallo scienziato al miniprofeta   della tastiera.  Parliamo  di   refrattari in senso quasi letterale: di individui, vere e proprie rocce sociali  capaci di resistere a qualsiasi  forte temperatura o pressione sociale.

Perché si dice  no invece di sì?  Per il semplice fatto che, socialmente parlando, dire sì è più facile che dire no. Inoltre la refrattarietà sociale implica l’organizzazione, insomma l’istituzionalizzazione della refrattarietà. E i refrattari, proprio perché tali, diffidano di ogni tipo di istituzione e normalizzazione.  Il che spiega perché i cambiamenti di   costume sociale impongano sempre la  lunga durata.  E come, per contro,  le rivoluzioni siano sempre opera di minoranze che in qualche misura   organizzano, quasi miracolosamente, grazie a contesti straordinari,  la refrattarietà collettiva,  per poi inevitabilmente favorirne la routinizzazione nella fase dell’istituzionalizzazione post-rivoluzionaria. E così via. Le rivoluzioni sono sempre “tradite”.

La società piaccia o meno è governata da forze inerziali, nel senso di forze  che tendono –  al di là di una apparente mobilità di superficie – a conservare un moto sociale  per così dire  di rotazione intorno allo  stesso asse di comportamenti ritenuti, per costume, come esemplari e degni di essere reiterati, al punto che non ci si  rende più conto, proprio reiterandoli nel tempo, delle motivazioni o dei fini iniziali. L’ordine, tacitamente accettato, finisce sempre per avere ragione sul disordine. Anche dopo le rivoluzioni.

Le famose origini dell’obbedienza, studiate da generazioni  filosofi della politica, sono  racchiuse   nella natura inerziale dei fenomeni sociali. L’uomo alla libertà preferisce la sicurezza, al capire, che è sempre complicato,  il credere senza tanti sforzi. Di qui la forza sociale della routine e della normalità. Delle mascherine e dei colori… Se ci passa la semplificazione, le rivoluzioni sono l’eccezione, l’obbedienza politica e sociale, la regola.

Carlo Gambescia