Le due destre. “Ammazza ammazza è tutta ‘na razza”

Il titolo non è da editoriale del “Corriere della Sera”. Diciamo pure che è un po’ popolaresco. Eppure ci rimanda a certe battute simpatiche del grande Gigi Proietti, uno straordinario Meo Patacca in un vecchio film storico-comico, dal titolo omonimo, diretto da un regista che avrebbe meritato miglior fortuna, Marcello Ciorciolini.

Però il detto romanesco illustra bene un concetto che svilupperemo nell’articolo che segue. Cioè spiegare quanto sia stretto il rapporto tra la destra di Giorgia Meloni e quella del generale Vannacci. Detto altrimenti: puoi cambiare nomi, bandiere o volti, ma la sostanza non cambia granché. Insomma, “Ammazza ammazza è tutta ‘na razza.”

Veniamo al punto. C’è qualcosa di rivelatore nello scontro avvenuto ieri alla Camera.

La premier avrebbe accusato i parlamentari vicini al generale di essere “utili idioti” della sinistra dopo l’annuncio di possibili convergenze parlamentari con le opposizioni su alcune questioni legate alla difesa europea e al sostegno all’Ucraina (*). Vannacci, dal canto suo, continua a presentarsi come il correttore di rotta di una destra che avrebbe smarrito la propria identità. Mercoledì, ospite da Gruber, ha persino definito il suo gruppo una “sporca dozzina”, rivendicando il ruolo di outsider e di raccoglitore dei delusi provenienti da altre formazioni politiche.

Al di là delle polemiche quotidiane, ciò che colpisce è soprattutto ciò che non viene detto.

Per comprendere il significato dello scontro occorre partire dall’oggetto del contendere. Non si trattava di una questione simbolica o marginale. La polemica è nata attorno alle politiche di difesa, al sostegno all’Ucraina e al rafforzamento della capacità militare europea.

Su questi temi Vannacci e il suo movimento hanno assunto posizioni molto critiche, arrivando a convergere, almeno in parte, con forze politiche che appartengono a schieramenti tradizionalmente opposti.

È stato questo a spingere Meloni ad accusarlo di essere un “utile idiota” della sinistra.

Ma proprio qui emerge l’aspetto più interessante. Giorgia Meloni non ha sostenuto che quelle posizioni fossero incompatibili con i principi della destra democratica o con la collocazione occidentale dell’Italia. Non ha affermato che Vannacci rappresenti una cultura politica estranea al conservatorismo europeo, per non parlare del liberalismo. Ha invece sottolineato che il risultato pratico di quelle scelte sarebbe stato quello di favorire le opposizioni.

La differenza, però, è importante.

Una critica fondata sui principi avrebbe tracciato un confine politico e culturale. Una critica fondata sugli effetti parlamentari traccia invece un confine tattico. Nel primo caso il problema sarebbe la natura delle idee sostenute. Nel secondo caso il problema è il loro impatto sugli equilibri di potere.

Quando una leadership politica considera un avversario interno soprattutto un problema tattico e non un problema di valori, implicitamente ne riconosce la piena appartenenza alla medesima famiglia politica. Il conflitto diventa una lotta per la guida dello stesso campo. Non uno scontro tra visioni alternative della destra.

È qui che emerge una questione più generale.

Da anni una parte della destra europea cerca di rappresentarsi come un universo composto da diverse sensibilità: conservatori, sovranisti, nazionalisti, populisti. Distinzioni reali, certamente. Ma fino a un certo punto.

Quando arrivano i momenti decisivi, le differenze sembrano spesso ridursi a una disputa sulla strategia migliore per conquistare e mantenere il potere. Non si discute se certe parole siano accettabili, ma se siano elettoralmente convenienti. Non si discute se certe pulsioni identitarie siano pericolose, ma se producano consenso.

Per questo la vicenda Vannacci è interessante.

Il generale si propone come interprete di una destra più radicale, più identitaria, più aggressiva sul piano culturale. Meloni, invece, governa e deve tenere insieme rapporti internazionali, vincoli economici e responsabilità istituzionali. Le differenze esistono e sarebbe ingenuo negarle.

Ma la reazione della Meloni suggerisce che tali differenze non riguardino il nucleo fondamentale della legittimità politica reciproca. Vannacci viene criticato perché rischia di indebolire il centrodestra. Non perché rappresenterebbe qualcosa che il centrodestra dovrebbe respingere in nome dei propri principi.

È una dinamica che ricorda molti altri casi europei e americani. I partiti tradizionali spesso contestano le versioni più radicali del proprio campo quando queste diventano concorrenti elettorali. Molto più raramente le contestano in quanto tali.

Da qui nasce un interrogativo che la cultura liberale non dovrebbe smettere di porsi. Dove passa oggi il confine tra una destra conservatrice pienamente inserita nel gioco democratico e una destra che alimenta la polarizzazione permanente, la mobilitazione delle paure identitarie e la politica delle emozioni?

Se questo confine viene definito soltanto dall’utilità elettorale del momento, allora rischia di scomparire. E quando i confini politici scompaiono, restano soltanto i rapporti di forza.

Forse è proprio questo il significato più profondo della polemica tra Meloni e Vannacci. Non una guerra tra due destre realmente alternative, ma una competizione interna per la guida dello stesso spazio politico. Una competizione nella quale ciò che divide conta meno di ciò che continua a unire.

Ed è proprio questo che dovrebbe far riflettere. O, detto ancora più alla buona: “Ammazza ammazza è tutta ‘na razza.”

Carlo Gambescia

(*) Qui una sintesi: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2026/06/11/meloni-una-figura-autorevole-per-lue-tratti-con-mosca.-definiremo_fa51c08a-9d23-46fa-a88e-bd84b24407dc.html