
C’è qualcosa di curioso nelle prime pagine dei quotidiani italiani di oggi. Gli allarmi bomba che sconvolgono il traffico aereo europeo vengono raccontati, ma la loro possibile dimensione geopolitica rimane sullo sfondo. A metterla in evidenza sono soprattutto “Il Dubbio” e “Avvenire”. I grandi quotidiani generalisti preferiscono titoli più prudenti, centrati sulla cronaca.
Non è una prova di censura. Ma il titolo non è un semplice riassunto: stabilisce una gerarchia, suggerisce al lettore ciò che conta e ciò che può essere trascurato. Perché, dunque, la possibile guerra ibrida russa non viene messa in apertura?
Attenzione: non sappiamo chi abbia organizzato tutti questi allarmi. Le email sono state firmate da una sigla riconducibile a un movimento russo ultranazionalista ed estremista. Ma la firma non dimostra un coinvolgimento del Cremlino. Confondere un’organizzazione russa con lo Stato russo sarebbe un errore. Non attribuiamo a Mosca ciò che ancora non sappiamo.
Non trasformiamo però la prudenza investigativa in prudenza politica.

La guerra ibrida non è una fantasia giornalistica. Sabotaggi, disinformazione, attacchi informatici e intimidazioni possono destabilizzare un paese senza arrivare alla guerra aperta. Non occorre far saltare un aeroporto: basta costringerlo a funzionare nell’incertezza, interrompere collegamenti, mobilitare risorse e seminare paura. La guerra sotto soglia funziona proprio perché non supera il livello che renderebbe inevitabile una risposta militare.
E qui entra in scena la Russia di Vladimir Putin. La mia antipatia per il regime russo è quella di un liberale verso una dittatura: non un pregiudizio nazionale, ma un giudizio politico. Tuttavia, l’antipatia non è una prova. Il liberalismo, se vuole essere qualcosa di più di una professione di fede, deve distinguere il giudizio morale dall’accertamento dei fatti.

Il problema è che l’Europa sembra oscillare tra allarme e reticenza. La parola “vigliaccheria” è forte, ma forse non del tutto fuori luogo. Non riguarda i cittadini europei, né i militari, né gli ucraini che combattono. Riguarda una classe dirigente che per decenni ha considerato la sicurezza un problema secondario, affidandosi largamente alla protezione americana e trascurando le proprie capacità militari. E tuttora aspetta la caduta di Trump…
In realtà, con buona pace dei pacifisti (pardon per il giochino di parole alla Veneziani), la debolezza militare produce timidezza politica. E la timidezza, quando diventa prevedibile, può incoraggiare chi vuole mettere alla prova l’avversario.
Ma la Russia è davvero il gigante militare che ci viene descritto da anni? Nel febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina avrebbe dovuto risolversi rapidamente. Non è andata così. L’Ucraina, aggredita e sottoposta a una guerra devastante, ha resistito, mettendo a nudo limiti organizzativi, logistici e operativi dell’apparato militare russo.
La Russia è dunque una tigre di carta? Sarebbe un’altra conclusione frettolosa. Non riuscire a piegare l’Ucraina non significa essere innocui. Mosca dispone di un arsenale nucleare, di risorse considerevoli e di strumenti di destabilizzazione. Può essere meno efficiente sul campo di battaglia e, contemporaneamente, pericolosa sul piano strategico.
La contraddizione è soltanto apparente. Non serve essere militarmente invincibili per rendere vulnerabile un avversario che teme di reagire. Una potenza consapevole dei propri limiti convenzionali può persino avere interesse a sfruttare strumenti meno costosi, meno rischiosi e più difficili da attribuire.

Il problema europeo, allora, è aver confuso la pericolosità russa con la sua invincibilità, sottovalutando nel frattempo la propria vulnerabilità.
E veniamo alle prove. Non ci sono? Non sono ancora sufficienti? Vengono cercate, ma non possono essere divulgate? Oppure esistono informazioni che le autorità preferiscono non rendere pubbliche per ragioni investigative e strategiche?
Non abbiamo elementi per sostenere che qualcuno nasconda deliberatamente le prove. Ma una domanda politica rimane: fino a che punto la paura di una reazione russa condiziona la libertà d’azione europea?
La prudenza diplomatica è una virtù. La rinuncia preventiva a difendersi è un’altra cosa. Si ricordi, certo in circostanze ben più drammatiche. Il contrasto tra Churchill e coloro che invece volevano arrendersi a Hitler. Fortunatamente vinse Churchill, e l’Europa, sebbene dopo altri cinque anni di guerra, fu salva. Ovviamente grazie anche all’intervento americano.
Non occorre attribuire ogni sabotaggio a Mosca per riconoscere che l’Europa è esposta a una forma di conflitto che sfrutta divisioni, impreparazione e incertezza. Non occorre neppure trasformare ogni allarme in una dichiarazione di guerra. Occorre distinguere la cautela dall’inerzia, la prudenza dalla paura. Tra realismo politico a breve scadenza (fare finta di nulla per ingraziarsi il nemico) e realismo politico a lunga scadenza ( mettere in conto una guerra).

Del resto la guerra ibrida continuerà a essere uno strumento conveniente per chi vuole destabilizzare senza assumersi immediatamente la responsabilità di una guerra aperta. L’Europa dovrebbe smettere di chiedersi soltanto come evitare di irritare Mosca e cominciare a domandarsi come rendere inefficaci le intimidazioni.
Perché il problema non è dimostrare che la Russia sia invincibile. È evitare che l’Europa si comporti come se lo fosse.
E una tigre, anche quando non è di carta, può scoprire che la sua preda ha finalmente imparato a difendersi.
Carlo Gambescia