
Ci sono titoli che informano. E ci sono titoli che arruolano.
Quello pubblicato oggi da “La Verità” appartiene senza dubbio alla seconda categoria: “L’Italia sta con Roggero. La sinistra sta con Fakir”. E risparmio ai lettori i titoli degli altri giornali di destra, in linea, o quasi, con quello del quotidiano diretto da Belpietro.
A questo tipo di giornalismo, ma il discorso potrebbe essere esteso ai social, non interessa stabilire chi abbia ragione. Non interessa distinguere vicende profondamente diverse. Non interessa attendere il lavoro della magistratura. L’obiettivo è un altro: dividere il Paese in due campi contrapposti.
È una tecnica politica antica quanto la politica stessa. Una vera e propria regolarità metapolitica: prima si costruiscono due identità incompatibili; poi si convince ciascuna che l’altra rappresenti una minaccia esistenziale. Da quel momento ogni mediazione appare come un tradimento.
Non è più il confronto tra idee. È la sostituzione del giudizio con l’appartenenza.

Roggero e Fakir diventano così due simboli. Il primo dell’Italia che avrebbe il diritto di farsi giustizia da sé. Il secondo dell’Italia che, in linea con il romanzo criminale della destra, difenderebbe sempre e comunque il delinquente contro le forze dell’ordine.
Ma le cose non stanno così.
Si può ritenere che Mario Roggero abbia diritto a tutte le garanzie dello Stato di diritto senza trasformarlo in un eroe nazionale. E si può chiedere che sia fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir senza per questo giustificare i suoi eventuali comportamenti precedenti.
È precisamente questa la differenza tra una democrazia liberale e una democrazia plebiscitaria.
Verso la quale, purtroppo, ci stiamo incamminando, un giorno dopo l’altro. Sembra di rivivere l’atmosfera dell’Europa dopo la Prima guerra mondiale, quando la politica smise progressivamente di essere competizione fra avversari per trasformarsi in lotta contro nemici. Allora vinsero i fascismi. E oggi, non solo in Italia, riemergono culture politiche che di quei fascismi conservano il culto dell’appartenenza, del nemico e della mobilitazione permanente. Una prospettiva inquietante.

Lo Stato di diritto non distribuisce assoluzioni o condanne in base alla simpatia che suscitano le persone coinvolte. Giudica i fatti. Tutti i fatti. E li giudica secondo la legge.
La nuova comunicazione populista, con un inquietante passato alle spalle (in ogni fascismo c’è una forte componente populista), ha bisogno di abolire le sfumature. Ogni vicenda deve essere ridotta a uno scontro tra amici e nemici. Chi chiede prudenza diventa un complice. Chi invoca il diritto viene dipinto come un ingenuo. Chi pretende che sia un giudice, e non un titolo di giornale, a stabilire le responsabilità viene accusato di stare dalla parte sbagliata.
È un meccanismo che produce consenso nel breve periodo, ma avvelena il tessuto civile.
Perché, poco alla volta, convince i cittadini che non esistano più istituzioni comuni, bensì soltanto tifoserie contrapposte. Non esistono magistrati, ma giudici «dei nostri» o «dei loro». Non esistono poliziotti che servono la Repubblica, ma poliziotti da usare come argomento politico. Non esistono cittadini uguali davanti alla legge, ma categorie di persone cui applicare diritti diversi.

La conseguenza è una sorta di guerra civile simbolica (per ora): non si combatte con le armi, ma con le parole, con le immagini, con i titoli. Tuttavia ogni guerra civile, prima di diventare materiale, nasce quasi sempre da una progressiva disumanizzazione dell’avversario.
Per questo il problema non è soltanto un titolo di giornale. O gli spropositi dei social. Il problema è la cultura politica che quei titoli, quei post e quei commenti esprimono. Una cultura che non cerca di persuadere, ma di mobilitare; non di comprendere, ma di dividere.
I liberali dovrebbero essere i primi a respingere questa deriva, da qualunque parte provenga. Perché la libertà non muore soltanto quando lo Stato diventa autoritario. Muore anche quando una società smette di riconoscersi in un diritto comune e si divide definitivamente in tribù politiche incapaci di considerarsi ancora parte della stessa comunità civile.
Carlo Gambescia